discriminazioni di genere e violenza sul posto di lavoro

docente

Giuseppe Edoardo Genovese

 

Giurista-Criminologo e Grafologo-Forense; Presidente di ELIEA – Istituto Italiano di Ricerca e Studi Criminologico-Forensi; docente di Criminologia presso la Scuola di Polizia Penitenziaria di Roma; criminologo Ex art. 80 presso le Corti d’Appello di Venezia e Catanzaro; perito Criminologo e Grafologo presso il Tribunale di Ragusa; componente del Gruppo Criminologi Volontari di Rebibbia

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“Discriminazioni di genere e violenza sul posto di lavoro”

È trattato il tema riguardante la discriminazione di genere alla luce degli squilibri relazionali nelle diverse sfere del vivere comune, in particolar modo nei contesti lavorativi.
In Italia i primi segnali di parità tra uomo e donna si ebbero nel 1946, quando per la prima volta le donne poterono votare. Nel 1948, invece, una grande novità: con l’entrata in vigore della Costituzione l’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, sancì la parità dei sessi. Un diritto conquistato con fatica e con fatica ancora oggi viene affermato in molti contesti. Uno fra questi è proprio quello del lavoro.
Dopo un lungo percorso di riflessione e di strumenti mirati al contrasto del fenomeno, il legislatore ha emanato una normativa ad hoc che disciplina le discriminazioni di genere sui luoghi di lavoro e nell’accesso al lavoro ed è contenuta nel D.Lgs. 25 gennaio 2010, n. 5 che in attuazione della Direttiva 2006/54/CE modifica ed integra il vigente D.Lgs. 11 aprile 2006 n.198, meglio conosciuto come: “Codice delle pari opportunità tra uomini e donne”. Purtroppo molto spesso accade che accanto alle discriminazioni di genere poste in essere nel luogo di lavoro che si traducono in – differenza di trattamento tra uomini e donne, sia nei settori pubblici e privati per quanto concerne ad esempio: l’accesso all’occupazione e al lavoro; l’accesso a tutti i tipi e livello di orientamento e formazione; il licenziamento; la retribuzione; l’accesso alle prestazioni previdenziali ecc. si manifestano molto frequentemente anche episodi di violenza sia essa psicologica (ad. esempio il mobbing) sia essa fisica e/o sessuale.
Ma quali sono i comportamenti che vengono considerati discriminatori nei posti di lavoro? È modus operandi purtroppo che alcune aziende chiedano test di gravidanza al momento dell’assunzione; o durante i colloqui, in sede di assunzione, venga chiesto ad esempio, se la candidata è sposata o se ha figli con il conseguente rifiuto di assunzione in alcuni casi di quest’ultima se risulti incinta, o che siano vittime sui luoghi di lavoro di violenze da parte di alcuni datori di lavoro o colleghi perché semplicemente subalterne. In altri casi ancora, sono vittime di molestie di vario genere comprese quelle di tipo sessuale.
Una ricerca ILO (International Labour Organization) del 2010, ha evidenziato come le donne nei settori come quello alberghiero, della ristorazione e del turismo, in cui rappresentano dal 60 al 70% della forza lavoro, scarsamente o non qualificate, tendano ad avere le occupazioni più vulnerabili, nelle quali risultano essere maggiormente esposte a condizioni di lavoro inadeguate, disuguaglianze in termini di opportunità e di trattamento, violenza, sfruttamento, stress e molestie sessuali. Sono tre principalmente le tipologie di discriminazioni poste in essere nei luoghi di lavoro: la prima è la discriminazione diretta intesa come qualsiasi disposizione, criterio, prassi, atto, patto o comportamento che produca un effetto pregiudizievole discriminando le lavoratrici o i lavoratori in ragione del loro sesso; la seconda è la discriminazione indiretta e cioè una disposizione, un criterio, una prassi, un patto o un comportamento, apparentemente neutri, che mettono o possono mettere i lavoratori in una posizione di particolare svantaggio rispetto alle lavoratrici e viceversa; la terza è la discriminazione collettiva, nello specifico l’assunzione di atti, contratti, comportamenti che, discriminando i lavoratori in base al sesso, producono un danno o, comunque, un trattamento meno favorevole – rispetto a quello di lavoratori di sesso diverso, in condizioni analoghe – ad una pluralità di lavoratori/tric.
Ad oggi sono diversi gli strumenti a tutela delle vittime nei casi di violenza e di discriminazione nei posti di lavoro, ma tanto bisogna ancora fare. Il punto di partenza che porterebbe segnali positivi in termini di cambiamento e di sviluppo è sicuramente una lettura del fenomeno, attraverso, nuove lenti culturali. La violenza nel mondo del lavoro è una questione che riguarda i diritti umani al pari della salute, dell’istruzione, delle problematiche legali e socio-economiche e come tale va considerata e pertanto contrastata in ogni sua manifestazione.