discriminazione e violenza di genere nella giustizia sportiva

docente

Alessandro

Benincampi

 

Professore incaricato nell’anno accademico 2019/2020 dell’insegnamento di “Company law” nel Corso di Laurea in Giurisprudenza e nel Corso di Laurea in International Business Administration e dell’insegnamento di “Diritto commerciale” nel Corso di Studi in Scienze della Difesa e della Sicurezza presso l’Università degli Studi di Roma “Link Campus University”. Vice-Direttore dell’Istituto in Diritto e Management dello Sport (IDEMS). Docente nel Master in Business Administration – Diritto e Management dello Sport presso l’Università degli Studi di Roma “Link Campus University”, nel Corso di perfezionamento in “Diritto sportivo – Lucio Colantuoni” presso l’Università degli Studi di Milano, nel Corso di Alta Specializzazione in Management Olimpico presso la Scuola dello Sport del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) e nel Corso di preparazione all’esame di Agente sportivo presso la Scuola dello Sport del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI). Componente del Comitato scientifico della Rivista scientifica “Olympialex Review”. Assegnista di ricerca in “Analisi normativa sul fenomeno migratorio per motivi sportivi: profili giuridici” presso l’Università degli Studi di Roma “Link Campus University”. Dottore di Ricerca (Phd) in “Comparazione e diritto civile” presso l’Università degli Studi di Salerno. Giudice Sportivo Nazionale della Federazione Ginnastica d’Italia (FGI) e Sostituto Procuratore della Federazione Italiana Tennistavolo (FITeT). Socio e Responsabile del Settore “Comunicazione e Social Media” dell’Associazione Benemerita Panathlon International – Club di Roma. Socio e Responsabile Vicario del Settore “Giovani Avvocati” dell’Associazione “Libertà e Dignità Forense” Avvocato iscritto all’Ordine degli Avvocati di Roma. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche sul diritto privato comparato, diritto commerciale, diritto processuale civile e diritto sportivo.

Video 1

“Discriminazione e violenza di genere nella giustizia sportiva – 1”

La tematica della responsabilità delle società sportive – quale ne sia la forma giuridica assunta (A.S.D., S.S.D. o altro) – per le violenze di genere è tanto ampia quanto recente. La sensibilità sociale per l’argomento, infatti, si è sviluppata nell’ultima decade e attualmente vede un’accelerazione di non poco momento, con estrema difficoltà nella ricostruzione delle fonti giuridiche.
Pur se il divieto di violenza di genere, quale declinazione del principio di uguaglianza, costituisca principio sedimentato nella civiltà giuridica, sovente la sua violazione ha assunto variegate forme – e finanche l’ambito sportivo, in cui tale principio ha trovato solido e antico rispetto. Eppure le declamazioni di principio non mancano: ex multis, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne adottata nel 1979 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che, nell’istituire un programma delle attività a livello nazionale per porre fine a tale discriminazione, tenta una difficile attività definitoria del fenomeno, come “ogni distinzione, esclusione o limitazione effettuata sulla base del sesso e che ha l’effetto o lo scopo di compromettere o annullare il riconoscimento, il godimento o l’esercizio da parte delle donne, indipendentemente dal loro stato civile, sulla base della parità dell’uomo e della donna, dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel settore politico, economico, sociale, culturale, civile, o in ogni altro settore”. E così, parimenti, il Libro bianco sullo sport del 2007. Epperò tali declamazioni costituiscono precetti senza sanzione, non prevedendo efficaci rimedi attivabili dai cittadini – o dalle società sportive, proprio per prevenire profili responsabilistici a loro capo – in caso di lesione. Sì che gli unici rimedi, nell’ordinamento statale, appartengono al diritto penale, ma con conseguente estrema difficoltà di integrarne le fattispecie.
Di conseguenza, la ricerca dei rimedi non può che spostarsi dal piano statale all’ambito sportivo – il che è idoneo, pure in linea di principio, a sanzionare (e correggere) meglio le condotte lesive giacché condiziona direttamente l’attività preminente delle società sportive e i loro interessi, sociali ed economici.

 

 

Video 2

“Discriminazione e violenza di genere nella giustizia sportiva – 2”

Se la ricerca dei rimedi a fronte delle violazioni del principio di divieto di violenza di genere – e dunque dei profili responsabilistici delle società sportive – deve spostarsi dal piano statale all’ambito sportivo, è pur vero che non è di agevole determinazione la rosa di azioni. In parte ciò dipende dalla già riferita difficoltà di rinvenire caratteristiche unitarie alle violazioni, spesso tutt’altro che palesi e manifeste, ma insinuate nelle maglie di violazioni di altro genere – su tutti, l’abuso sessuale su minori, fenomeno drammaticamente frequente in talune realtà federali.
La sensibilità dell’ordinamento sportivo verso le discriminazioni di genere, tuttavia, ha registrato recentemente un’evoluzione. E così – pur nella limitatezza, specie concettuale, delle c.d. quote rosa – si è introdotto, da ultimo nel 2019, l’obbligo di elezione di almeno il 30% di donne in seno ai Consigli federali; limite non applicabile alle società sportive, purtroppo, neppure in via analogica.
Tuttavia, l’ambito sportivo e le regole che lo dominano, consentono una maggiore elasticità nella condanna di fenomeni discriminatori: basti pensare ai generali doveri di lealtà, correttezza e probità imposti alle società sportive dagli Statuti federali e dai Regolamenti di Giustizia. Doveri che costituiscono altresì un rischio concreto per le società sportive le quali, nella quasi totalità degli ordinamenti federali, rispondono in regime di responsabilità oggettiva della condotta dei tesserati e non (si pensi ai supporter) e conseguentemente esposti alle indagini della Procura federale e al successivo giudizio dinanzi agli Organi di giustizia endofederali e presso il CONI.