La violenza di genere tra discriminazioni e stereotipi

docente

Giuseppe Edoardo Genovese

Giurista-Criminologo e Grafologo-Forense; Presidente di ELIEA – Istituto Italiano di Ricerca e Studi Criminologico-Forensi; docente di Criminologia presso la Scuola di Polizia Penitenziaria di Roma; criminologo Ex art. 80 presso le Corti d’Appello di Venezia e Catanzaro; perito Criminologo e Grafologo presso il Tribunale di Ragusa; componente del Gruppo Criminologi Volontari di Rebibbia

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“La violenza di genere tra discriminazioni e stereotipi”

È trattata la fenomenologia della violenza di genere alla luce delle dinamiche e delle relazioni violente che si instaurano nei rapporti di coppia e nel sociale, tra discriminazioni e stereotipi. Il mondo femminile risulta ancora oggi discriminato in molti ambiti della vita quotidiana, in modo particolare tra le mura domestiche e nei posti di lavoro. È un fenomeno antico, complesso e assai discusso in questi ultimi anni, originato da una cultura diffusa fortemente improntata da stereotipi che hanno da sempre influenzato il modo di pensare e di agire. Gli stereotipi sono radicati nella cultura e nel sentire comune a prescindere dal sesso. Il loro uso conduce ad una percezione distorta della realtà e rappresentano la principale fonte di innesto dei processi di discriminazione delle donne che porterebbero ad un serio condizionamento durante tutto il corso della propria esistenza. Diversi studi confermano che la maggior parte della popolazione, vede gli “uomini” e le “donne” diversi per emozioni e comportamenti. Un pensiero comune ad esempio è quello di identificare alcune professioni come “più idonee” ad un genere piuttosto che all’altro. Tesi smentite da tutta una serie di studi internazionali uno fra tanti quello della Prof.ssa A.H. Eagly che in un articolo pubblicato nel 1995, sulla rivista American Psychologist, scrive “La validità empirica di queste asserzioni [gli stereotipi legati al sesso] è stata seriamente indebolita dai risultati di numerose analisi quantitative di ricerche nelle quali sono stati confrontati i comportamenti maschili e femminili”. Un ulteriore importante aspetto è delineato dagli effetti che comportano gli stereotipi. Dal momento in cui tendono a definire ciò che le persone sono, quello che dovrebbero essere e quello che dovrebbero rappresentare per la società, la conseguenza diretta di ciò è che producono aspettative differenti rispetto ai comportamenti femminili e maschili finendo dunque con l’influenzare visioni e modus vivendi.
Per tale ragione, oggi più che mai è importante contrastare le discriminazioni di genere, attraverso interventi specifici e mirati. Sono state a tal proposito diverse le politiche sociali a sostegno delle pari opportunità, ma tanto ancora si può e si deve fare attraverso, ad esempio, moderni provvedimenti normativi finalizzati allo sviluppo di nuove possibilità formative, occupazionali-professionali e parità retributive; allo sviluppo di nuove politiche che possano offrire ancor più parità tra uomini e donne in termini di opportunità e posti di rilievo.
Lottare gli stereotipi inoltre, favorisce soprattutto il contrasto alla conseguenza più drammatica del fenomeno: la violenza di genere, che nei pregiudizi e nelle discriminazioni trova nutrimento. Con il termine violenza di genere si indicano tutte quelle manifestazioni di violenze: da quella psicologica, fisica, sessuale, economica e sociale, agli atti persecutori del cosiddetto stalking, allo stupro, fino al femminicidio, e riguardano un vasto numero di persone. La legge n° 119/2013 (in vigore dal 16 ottobre 2013) che reca “disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere”, persegue tre obiettivi principali: prevenire i reati, punire i colpevoli, proteggere le vittime.
La normativa trattata, rientra nel più ampio quadro delineato dalla Convenzione di Istanbul (2011), primo strumento internazionale giuridicamente vincolante “sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica” L’elemento principale introdotto è il riconoscimento della violenza sulle donne come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione. La Convenzione prevede anche la protezione dei bambini in quanto vittime di violenza domestica assistita e richiede, tra le altre cose, la penalizzazione delle mutilazioni genitali femminili.